L’approccio secondo una prospettiva più ampia è stato supportato dalla disponibilità finale della trascrizione digitale, che per la prima volta ha permesso di intraprendere percorsi trasversali, non legati specificatamente alle singole biografie o alla lettura progressiva dell’intero testo, ma fatti di precise occorrenze finalizzate all’individuazione di particolari informazioni che, una volta isolate, sono state incrociate fra loro e messe in rapporto con quelle reperite in altre fonti gabburriane.
Tutto questo non ha escluso assolutamente l’analisi del manoscritto originale, la cui materialità fornisce delle imprescindibili informazioni celate non tanto nel contenuto, che ovviamente si mantiene immutato nella trascrizione, quanto piuttosto nella struttura e anche nel montaggio primitivo. Dalle carte originali è possibile stabilire il metodo di lavoro di Gabburri, il suo modo di strutturare un testo in continua evoluzione, quanto, cosa e quando aggiunge informazioni reperite in momenti successivi rispetto alla prima bozza di ogni biografia.
Proprio partendo da tali assunti Paola Barocchi decise di non terminare il progetto delle Vite con la pubblicazione del sito contenente trascrizioni e immagini dei documenti. Ci mise davanti a una nuova e impegnativa fase del nostro lavoro: utilizzare gli strumenti che noi stessi avevamo creato per dimostrare concretamente come l’informatica e il digitale potessero cambiare la lettura dei testi.
Decise, dunque, di fondare una rivista. È nata così «Studi di Memofonte» che nel dicembre 2008 fa la sua prima apparizione con un numero interamente dedicato alle «Vite» gabburriane, con il quale si avviano nuove ricerche, si ricostruiscono le metodologie di lavoro e le fonti usate dall’autore, ma soprattutto si arriva a datare per la prima volta il manoscritto tra il 1738 e il 1742.