Emerge dai suoi racconti d’infanzia un’abitudine quotidiana all’osservazione dei manufatti, con la quale sviluppava un’educazione dell’occhio e allo stesso tempo un continuo stimolo verso studi storico-artistici:
«Io vengo da una famiglia di orafi. La mia famiglia ha avuto per molti anni un negozio di oreficeria sul Ponte Vecchio. Mio nonno, mio padre e mio fratello, ci sono stati per circa un secolo. La mia infanzia è passata nel toccare gioielli, e questo credo che sia molto importante, poiché l’oggetto deve essere vissuto, e osservato nel dettaglio. Quindi questo esercizio mi ha sempre portata a dare all’oggetto una sua individualità, a collocarlo nel tempo, a collocarlo nelle sue connotazioni materiche e stilistiche».
[La conoscenza dell’esperienze figurative, intervista a Paola Barocchi, a cura di Luisa Passerini e Maria Perosino, The J. Paul Getty Trust, 1994, p. 10]
Studio e rapporti familiari appaiono indissolubilmente legati nelle sue esperienze giovanili:
«ho avuto una sorella straordinaria, che è una persona che ha avuto curiosità infinite, ed è la persona che ha più arricchito le nostre biblioteche. Si è sempre mossa in una cultura europea, in grandi letture, mi aperto gli orizzonti sulla cultura tedesca, francese, inglese, fornendomi continuamente i materiali di lettura e un rapporto diretto con l’opera».
«Oltre questo io ho avuto degli amici-maestri carissimi, prima di tutti mio cognato, Giovanni Nencioni (1911-2008), linguista, che naturalmente mi ha molto esercitato in questo lavoro mentale sul valore del linguaggio, sulle sue proprietà e diversificazioni».
[La conoscenza dell’esperienze figurative, cit., p. 13]
[Foto Archivio Fondazione Memofonte, Firenze]