All’interno dell’istituzione pisana è stata delegata alla cura della Biblioteca, di cui nel 1969 divenne direttrice; dal 1970 al 1992 è stata vicedirettrice della Scuola. Maria Corti nel 2001 così scrive:
«Paola Barocchi ha lasciato l’Università di Lecce nel 1968: aveva ormai vinto la cattedra di Storia dell’arte alla Scuola Normale di Pisa, dove è tuttora e dove fu, si badi bene, giammai direttore, come avrebbe meritato per il suo tipo di doti, ma vicedirettore per ben venticinque anni (bisognerà pur farla, prima ο poi, la storia del miope maschilismo culturale italiano!). Nel 1970 fui invitata a tenere un seminario di un mese in Normale. Ormai non mi stupivo, ma godevo lo spettacolo di quella magia organizzativa, appresa a Lecce, che poteva andare da un corso sul Vasari alla provvista di patate per la mensa della Normale. Dedicandosi solo alla ricerca e avviando a essa i suoi allievi normalisti, ha ben risposto alle offerte di un lusinghiero destino: è diventata nella cultura italiana un Maestro alla guida di eccellenti allievi, perché le nature come la sua pensano sempre al di là di se stesse».
Ed è un’allieva di Paola Barocchi, la prima allieva che da sola frequentò il primo corso della studiosa in Normale, che delinea la sua figura di docente e la sua personalità femminile. Maria Mimita Lamberti, in occasione dei settant’anni della Professoressa, pubblicò la bellissima Lettera dalla Scuola a Paola Barocchi. Pisa 2 aprile 1997. Le ricordava:
«Per molti anni il seminario si è tenuto intorno al lungo tavolo del Suo studio, senza nessun formalismo, con una libertà di interazione che ha portato spesso a trasformare il gruppo di lavoro in legami di amicizia e l’amicizia in nuovi spunti di ricerca e di collaborazione. […]
Non so neppure come Lei vivesse quell’approdo alla Scuola, lusinghiero certo come riconoscimento, ma non privo di difficoltà, per una studiosa appena quarantenne, unica donna in un corpo docente fino ad allora esclusivamente maschile. […]
Al suo anticonformismo intellettuale si univa una disponibilità, questa sì tutta femminile, ad andare oltre il proprio ruolo, senza timore di macchiare la toga: la stessa disponibilità con cui saccheggiava per noi la Sua biblioteca personale, prestando testi, offrendo fotocopie e mettendosi al servizio delle ricerche degli studenti.
Proprio dal partecipare affaccendato anche alla vita minuta della Scuola, Le derivò una grande popolarità tra il personale non docente, e da lì probabilmente quell’appellativo corrente di ‘Signorina’ che sostituì il titolo accademico e addirittura il cognome. Per ogni emergenza tutti ricorrevano alla Signorina […], non alla prof. Barocchi. Prevalso l’uso corrente, l’appellativo divenne eponimo e tale è rimasto.
Come Lei sa, e la citazione non Le sembrerà frivola, anche l’atelier Chanel ha conosciuto una e una sola Mademoiselle».
È sempre Mimita Lamberti a ricordare come nel corso degli anni i corsi di Paola Barocchi non rimasero chiusi in ambito cinquecentesco, ma si aprirono verso molteplici orizzonti:
«Cominciarono le incursioni in territori meno praticati, dal tardo Settecento all’Ottocento al Novecento, in campi come il collezionismo, le istituzioni, l’antiquaria e la divulgazione: spazi per ampie peregrinazioni, resi agibili dalla frequentazione diretta delle fonti e degli archivi, dalla ricerca di materiali inediti, usando lo stesso rigore e gli stessi affinati strumenti di dissezione e di analisi».
[Le citazioni sono da Maria Corti, Paola Barocchi nel ‘mio libro della memoria’, cit., e da M. Mimita Lamberti, Lettera dalla Scuola a Paola Barocchi. Pisa 2 aprile 1997, ripubblicato in «Studi di Memofonte», 19, 2017, pp. 5-8].